
ARTE E PERFORMANCE
L’arte esiste perché il mondo non è perfetto. Sarebbe inutile se il mondo fosse perfetto, come uomini non saremmo alla ricerca di armonia, ma ci accontenteremmo a viverci dentro. L’arte è nata da un mondo ‘malato’. Così scrive A.Tarkovskij descrivendo la propria visione dell’arte principalmente cinematografica, affrontando tematiche di stampo spirituale e metafisico.
Una definizione di Arte è oggetto di contraddittorio da sempre per filosofi, scrittori e artisti stessi.
Cosa definisce un artista? Esiste forse in ogni persona una molteplicità di elementi creativi, originali che danno voce a qualcosa di nascosto?
È indiscutibile quanto nella storia dell’umanità l’arte sia stata da sempre un ‘farmaco emozionale’ che curava mente e spirito.
Pittori, attori, danzatori, poeti, musicisti hanno spesso veicolato un malessere psichico dando espressione alla propria anima trovando un canale comunicativo del mondo interiore. Il pubblico ne è ‘investito’ in relazione all’intensità psichica ed emotiva con cui è in grado di risuonare. Tra i tanti possiamo ricordare alcuni nomi della storia più o meno recente: Virginia Wolf, Amy Winehouse, Rudolf Nureyev, Ezio Bosso…
Dalla massa informe e colorata del Caos, emerge un essere vivente, l’essere umano. Attraversiamo mondi di solitudine, di relazione, ancora di solitudine, astratti e concreti allo stesso tempo, uniti e disuniti, costantemente sfidati da tensioni interne ed esterne.
L’arte è un metalinguaggio per mezzo del quale gli uomini tentano di entrare in contatto l’uno con l’altro: di comunicare informazioni su se stessi e di far propria l’esperienza altrui. (A.Tarkoskij)
L’artista non compie l’opera, ma attraverso l’opera compie e conosce se stesso: racconta la propria storia e delinea la propria immagine, condividendola con un pubblico che si immerge in questa universale esperienza umana, in cui rivede le proprie ombre. L’effetto catartico si manifesta come un rito attorno al quale riunirsi per condividere un più ampio linguaggio umano in cui riflettersi.
La storia della nostra esistenza è un racconto per immagini (Jung e la metafora vive dell’alchimia); se consideriamo le nostre immagini interiori si con-creano nel nostro corpo ben prima del racconto che ne facciamo in una forma verbale, possiamo allora supporre che qualsiasi forma di malessere psichico possa trarre sollievo: sia da un corpo in movimento in termini di rilascio fisiologico ormonale (endorfine, adrenalina, serotonina…), sia da una mente (seguita in questo processo da una guida esterna nella stanza della psicoterapia) capace di ri-significare immagini interne alle volte ancora traumatiche, sia da un inconscio collettivo che abbraccia forme artistiche-creative (sia nella prospettiva del pubblico che dell’artista, ugualmente di come si dipinge il proprio quotidiano essendone protagonista).
Immagini, corpo, parole danzano costantemente nell’universo dell’umano, orchestrarle armonicamente tra loro diventa una possibilità di benessere psicofisico.
“La resina è il prodotto di un dolore, una lacrima che cola dall’albero ferito.
Quelle gocce giallo miele, non scappano, non scivolano via come l’acqua, non abbandonano l’albero.
Rimangono incollate al tronco, per tenergli compagnia, per aiutarlo a resistere, a crescere ancora.
I ricordi sono gocce di resina che sgorgano dalle ferite della vita. Anche quelli belli diventano punture.
Perchè col tempo, si fanno tristi, sono irrimediabilmente già stati, passati, perduti per sempre.
Gocce di resina sono piccoli episodi, aneddoti minimi, spintoni che hanno contribuito a tenermi sul sentiero.
Proprio perchè indelebili sono rimasti attaccati al tronco. Come fili di resina emanano profumi, sapori, nostalgie. Tutto quello che ci è accaduto, o che abbiamo udito raccontare ha lasciato un segno dentro di noi, un insegnamento, o quanto meno, ci ha fatto riflettere. La vita, nel bene o nel male è maestra per tutti.” (Gocce di resina, Mauro Corona)

VIAGGI E NATURA
“Ho chiesto alla foglia se aveva paura dell’autunno, di veder cadere le sue compagne. E la risposta è stata: “No. Per tutta la primavera e l’estate ho vissuto pienamente. Ho fatto del mio meglio per nutrire l’albero, e adesso una gran parte di me è lì. Questa forma non mi racchiude interamente. Io sono anche l’albero, e una volta tornata alla terra continuerò a nutrirlo. Perciò non mi preoccupo. Quando lascerò questo ramo, volteggiando nell’aria lo saluterò e gli dirò: “Arrivederci a presto”. (Esser pace, Thich Naht Hahn)
Immaginiamo di passeggiare nel verde e di fermarci ad osservare un albero in autunno che specchia la propria chioma bionda su un ruscello: ogni foglia plana, galleggia e fluttua lontana dove la corrente la porta. Il contatto dell’uomo con gli elementi della natura offre un cambio di ritmo interno, soprattutto se proveniamo dalla frenesia della città, composta di strutture squadrate (palazzi, strade, rotaie, auto…) e rumori artificiali (motori, lavori, sirene, inquinamento acustico…).
Spirali e forme circolari (onde, foglie, sentieri, sassi, conchiglie…), rumori e suoni (i versi e suoni di animali, lo sciabordio dell’acqua, crepitio del fuoco, il silenzio sotto il mare…) restituiscono al flâneur della natura un re-incontro con la ‘propria natura’ (il Dna ha una forma ad elica spiraliforme!).
L’uomo è dapprima parte della natura, poi si inserisce nel contesto civilizzato e urbanizzato. La natura comunica con gli esseri umani armonizzandosi con frequenze e vibrazioni che stimolano l’equilibrio sensoriale, permettendo anche di bilanciare il sistema nervoso (simpatico-parasimpatico).
Quante volte ascoltiamo persone che dopo aver fatto semplicemente una passeggiata in un bosco o sulla spiaggia dicono di sentirsi meglio?! Il corpo si muove, la mente si calma, i pensieri possono essere allontanati dal flusso della corrente come le foglie sul ruscello, il respiro danza tra il dentro e fuori senza sforzo ossigenando il sangue.
Vivere in un luogo dove poter godere dei benefici della natura è un gran privilegio, ma quando non sempre è possibile, risulta fondamentale per preservare una qualità di vita e un benessere psicofisico adeguato periodi di pausa, vacanze e viaggi che portino nuovi nutrimenti per l’umano.

